Cari fratelli, care sorelle. E caro Francisco,
Il Vangelo che abbiamo ascoltato (Mt 21, 33-43) esordisce con Gesù che invita ad ascoltare una nuova parabola. Sappiamo, infatti, che Gesù ama parlare con parabole. Cosa emerge dal brano evangelico di oggi? Emerge che è lui, il Signore, a prendere l’iniziativa di ogni cosa. La storia della salvezza è un’iniziativa unica di Dio, così come la vocazione di ciascuno di noi. Anche la tua, Francisco.
C’è una cosa interessante: lui, il Signore, potrebbe fare “tutto da solo”, ma agisce diversamente: vuole la collaborazione di altri. Che bello sapere che Dio desidera la nostra collaborazione! Sant’Agostino direbbe: «Se Dio ci ha creati senza il nostro consenso, non può salvarci senza il nostro consenso» (cfr. Sermo CLXIX, 13). Dio vuole che noi aderiamo liberamente alla sua richiesta. Che meraviglia!
Don Francisco, Dio vuole la tua collaborazione, così come vuole la collaborazione dei tuoi genitori. Tua mamma, come è comprensibile, mi ha detto «è dura accettare questa volontà». Sia tu che tua sorella, monaca clarissa, avete risposto alla chiamata di Dio. I tuoi genitori stanno collaborando alla volontà di Dio.
Nel Vangelo di oggi accade un altro evento sorprendente e, a dir poco, imbarazzante: i contadini si rifiutano di consegnare il raccolto. Cosa è successo? Si erano “gonfiati” di superbia, avevano iniziato a presumere di poter fare tutto da soli. Il padrone della vigna desiderava la loro collaborazione, ma loro l’hanno rifiutata. Quei contadini hanno commesso il peccato delle origini, che è ben poco originale perché capita a tutti noi: è la superbia che ci fa dire “Io posso essere come Dio”.
Niente di nuovo… anche alcune tendenze odierne, come il transumanesimo o il postumanesimo, hanno la stessa pretesa. Parliamo di qualcosa di assolutamente diverso rispetto all’esempio di San Francesco d’Assisi, di cui oggi celebriamo l’anniversario del transito: lui ha chiesto ai suoi fratelli di “farsi minori”, piccoli, forti solo della grazia del loro Battesimo. Nessuno può togliere loro questa dignità. Il contrario di tutto questo è l’uso della forza e della violenza. Ecco, dunque, l’altro paradosso: la presunzione umana può uccidere le persone – come i contadini della parabola del Vangelo –, può uccidere persino il Figlio di Dio, ma non può uccidere l’amore di Dio.
Caro Francisco, coltiva sempre in te la consapevolezza che tutto è dono. Tu sei un dono! Un dono per la tua famiglia e per la Chiesa. La tua vocazione è un dono. Vigila sempre sull’insidia della presunzione che fa escludere. La tua intelligenza, la tua sensibilità, la tua libertà siano frutti di te stesso, della coltivazione delle tue abilità. E quando qualcosa ti turberà, prega come Sant’Ignazio: «Dammi solo la tua grazia e questo mi basta» (cfr. Ignazio di L., Suscipe).
Francisco, abbi sempre davanti ai tuoi occhi l’esempio di Gesù che ha donato tutto se stesso per amore della nostra salvezza. Abbi sempre davanti agli occhi l’esempio di San Francesco. Abbi sempre davanti agli occhi l’esempio dei tuoi genitori.
Riprendo, infine, quanto abbiamo ascoltato nella seconda lettura (Fil 4, 6-9): «non angustiarti per nulla, ma in ogni circostanza fai presente a Dio le tue richieste». Che tu possa sempre testimoniare la gioia di essere stato scelto dal Signore per il suo servizio.
