Omelia in occasione della solennità di Ognissanti (1° novembre 2022)

01-11-2022

Cari fratelli e sorelle,

la festa di Tutti i Santi ci porta a ricordare volti e nomi di persone che portiamo impresse nella memoria e nel cuore. Santi sono quei cristiani che la Chiesa ha ufficialmente canonizzato perché restassero di esempio alle generazioni future. Tra di essi ci sono i santi ai quali ognuno di noi si sente più legato e ai quali si rivolge con la preghiera in momenti di difficoltà e di bisogno suoi o di persone care.

In questa celebrazione, però, ricordiamo anche altri santi che abbiamo conosciuto bene perché ci sono stati fisicamente e affettivamente vicini. Sono quelli che Papa Francesco, con una felice espressione, nell’esortazione apostolica “Gaudete et esultate” ha definito i santi “della porta accanto”. Ecco le sue parole: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”. Chi di noi non ha condiviso qualche anno della sua vita, magari in famiglia, con qualcuno di questi santi “della porta accanto”? Con qualche persona di fede profonda e di grande buona alla quale dobbiamo grande riconoscenza per l’amore, l’esempio, gli insegnamenti che ci ha donato?

Oggi la Chiesa ci invita a fermarci un momento e a ricordare questi santi; quelli del calendario e quelli “della porta accanto”. La maggioranza di loro non sono state persone straordinarie, dotate di capacità fuori del comune e che, quindi, non vediamo alla nostra portata. Erano, piuttosto, uomini e donne normali che hanno vissuto un’esistenza concreta e quotidiana come la nostra; alcuni nella consacrazione religiosa, altri dedicandosi alla famiglia, al lavoro e ad altre attività. Cosa hanno avuto, allora, di straordinario? Straordinario è stato il modo con cui hanno speso la loro esistenza; non cercando di soddisfare il proprio tornaconto e i propri interessi ma consumandosi per persone che la Provvidenza aveva messo loro vicine, senza troppi calcoli e con nel cuore la forza della fedeltà e dell’amore.

Spesso hanno dovuto reggere sacrifici e croci; ma, nonostante le prove della vita, non trasmettevano attorno a sé tristezza e amarezza. Anzi la loro esistenza profumava di speranza, che è il profumo più bello che una persona può avere addosso. Nel profondo della loro coscienza si erano incise le parole di Gesù: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà”. E così hanno impegnato il tempo, le forze e i talenti ricevuti nel dono di sé agli altri, nel perdere la propria vita per amore, sull’esempio di Gesù. Erano sostenuti dalla speranza che in questo modo non stavano sprecando se stessi ma facevano un investimento perché sarebbe durato per l’eternità. La speranza li faceva guardare alla morte non come ad un nulla pauroso ma come all’incontro più decisivo tutti nel quale speravano di sentirsi dire le consolanti parole che Gesù ha promesso ai suoi servi fedeli: “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Questi santi sono l’esempio a cui guardare se vogliamo impegnare, a nostra volta, la vita in modo bello. Essi ci insegnano che l’esistenza è un dono, insieme, prezioso e fragile; può essere impiegato con senso di responsabilità o può essere dilapidato in modo egoistico e banale.

Oggi molti invocano la necessità di riscoprire il senso di dovere e di responsabilità nei confronti della vita, delle persone che ci stanno vicino e di tutta la società. Ci si lamenta dell’individualismo che è come un tarlo che si è insinuato nelle coscienze portando a pensare sempre e prima di tutto al proprio interesse. La medicina per guarire la nostra coscienza è proprio l’esempio dei santi che hanno consumato la loro esistenza facendone un dono con altissimo senso di responsabilità. Guardiamo all’esempio dei grandi santi di cui possiamo leggere la vita e gli scritti e dei santi “della porta accanto” di cui portiamo il ricordo nel cuore. Chiediamo a loro che cresca anche in noi il desiderio di diventare santi; di donarci concretamente ogni giorno per giungere alla fine dei nostri giorni davanti a Gesù che ci dirà: “Bene, servo fedele; hai investito in modo saggio i talenti che ti avevo donato. Entra nella gioia del tuo Signore”.