Omelia nella Messa con l’ordinazione diaconale di F. Caucigh F. Garzon Medina, P. Morsanutto, D. Spanti (4 gennaio 2026)

04-01-2026

Cari fratelli e care sorelle,

tre giorni fa abbiamo iniziato l’anno sotto l’egida di Maria: in lei ha trovato casa Gesù, salvezza incarnata. Oggi, con San Paolo, la liturgia ci ricorda che tutti siamo benedetti dal Signore. Il suo progetto prevede che diventiamo «santi e immacolati nella carità» (Ef 1,4) conformando la nostra vita con quella di Gesù in tutto: negli sguardi, nei pensieri, nelle esperienze. Nulla della nostra vita deve sottrarsi a questa conformazione al “modello della Carità”. Ognuno, però, ha un punto di partenza diverso: nella propria storia personale, nelle sensibilità, persino nelle ferite. Lo è stato per i santi: Sant’Agostino, per esempio, non è San Francesco d’Assisi. Le diverse vie, messe insieme, rendono la Chiesa così bella da indurci a rendere grazie per tale ricchezza.

Oggi la benedizione di Dio scende su questi quattro fratelli – assieme a un quinto fratello che sarà ordinato diacono tra quindici giorni – perché manifestino la carità di Dio con tutta la loro vita. Hanno avuto percorsi vocazionali diversi: Demetrio, Pierluigi e Federico hanno celebrato il Sacramento del Matrimonio; Francisco, più giovane, è in cammino verso il presbiterato.

Ma cosa vi accomuna? Una relazione di amicizia così forte con Gesù, che quando vi ha chiesto di essere sempre più uniti a Lui avete risposto “Eccomi!”, “Ci sto!”, “Sono disponibile!”, “Conta su di me!”. Evidentemente non è una scelta individuale: Demetrio, Pierluigi e Federico l’hanno condivisa con la moglie. È un aspetto molto significativo, dice che dalle nostre famiglie possono sorgere vocazioni di questo tipo.

Oggi questi fratelli ricevono un grado del Sacramento dell’Ordine: è un sigillo eterno che li conforma sempre più a “Cristo servo”. Essi non faranno i diaconi, ma saranno diaconi per sempre e a tempo pieno, in famiglia come al lavoro, nelle attività caritative, nella vita associativa e nel servizio pastorale. Per essere diaconi è necessario coltivare una profonda vita interiore attraverso la preghiera personale e comunitaria.

Nella mentalità mondana si fa avanti la pretesa di avere un ruolo importante, un posto di prestigio, un potere decisionale. Il vostro motto, tuttavia, sia quello che vi consegna Gesù: «Io sono con voi come colui che serve» (Lc 22,27).

Quest’anno celebriamo gli 800 anni della morte di San Francesco: abbracciate con la sua letizia uno stile di vita laborioso, che renda partecipi della vostra testimonianza di carità tutti coloro che incontrate. Non siete voi i protagonisti, ma gli animatori dell’evangelizzazione di tante persone. È necessaria uno stile di ministero che rifugga il protagonismo per farvi eco della Parola di Dio, comunicatori di una voce che salva. A voi è chiesta una cura delle relazioni con i vostri confratelli diaconi, ma anche con le loro famiglie e con tutto il presbiterio, in modo da assaporare il gusto della fraternità, un gusto che diventa profumo di amore.

Sono certo che se questo cammino proseguirà conformando la vostra vita a quella di Gesù Cristo, anche attraverso di voi Dio susciterà altre vocazioni al presbiterato e al diaconato, al servizio suo, della sua Chiesa e di tutta l’umanità.