Cristo, nostra speranza

Lettera pastorale 2013-2014

Cristo, nostra speranza1
Care sorelle e fratelli nel Signore,
1. Che cosa possiamo sperare? Questa domanda ci fa sentire tutti solidali, come compagni nel pellegrinaggio della vita, nella quale cerchiamo continuamente luci di orientamento.
Un passo dopo l’altro attraversiamo panorami incantevoli e scene di tremenda sofferenza. Consumiamo in fretta i giorni tra luci e tenebre, tra forti passioni per il bene e minacce di diversi mali. Nei momenti più difficili e oscuri sale il dubbio che l’esistenza sia vanità e fatica inutile, come lucidamente osservava Qohelet nell’omonimo libro della Bibbia2. E più pressante si fa strada la domanda: ha senso sperare? In che cosa sperare?
La speranza, poi, di chi crede in Cristo ha delle ragioni solide o è un’illusione consolatoria e un esercizio di ottimismo per non guardare in faccia la realtà?
 
Introduzione
UN ANNO PER RISCOPRIRE LA VIRTÙ DELLA SPERANZA
2. Dopo aver aperto con voi un dialogo sulla fede nella precedente lettera pastorale “Ho creduto, perciò ho parlato”, che scrissi per l’Anno della fede, desidero ora riflettere sulla speranza, che è questione decisiva per tutti.
Mi sono orientato a questo tema, ascoltando anche il parere favorevole dei vicari foranei, dei direttori degli uffici pastorali diocesani e di altri sacerdoti e laici.
Passiamo dalla fede alla speranza perché c’è un legame inscindibile tra queste due virtù cristiane.
Per vivere, e vivere bene, abbiamo bisogno di una promessa di felicità a cui aggrappare la nostra speranza. Cosi siamo fatti perché siamo stati creati da Colui che è l’“Amante della vita”3.
I cristiani credono in Gesù perché trovano in Lui la vita e la gioia vera4. Essi devono, però, saper mostrare a tutti che questo è vero, che val la pena di credere in Gesù perché risponde ad ogni attesa e ricerca di speranza. Solo Lui non illude e non delude.
In questo tempo, molte persone hanno l’animo appesantito dalle difficoltà economiche, politiche, sociali, affettive, psicologiche, relazionali in cui si trovano. Hanno bisogno di incontrare chi promette loro speranza. La fede cristiana è autentica se sa rispondere a queste attese concrete ed esigenti.
3. La questione è talmente decisiva e attuale che ho ritenuto giusto, come vescovo, di fare seguire all’Anno della fede un Anno della speranza per tutta la Chiesa di Udine.
Ho sentito doveroso espormi per primo con una Lettera pastorale sulla speranza cristiana accogliendo l’invito di san Pietro: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”5.
Se sono diventato sacerdote e continuo con serenità il mio ministero di vescovo è perché ogni giorno mi sostiene la speranza che ho scoperto in Gesù.
Di questa speranza cercherò di parlare immaginando di dialogare con tutti gli uomini e le donne – credenti e non credenti, cristiani e di altre religioni – che si chiedono e mi domandano: “cosa possiamo sperare?”, “E tu in che cosa speri veramente?”.
A questo dialogo, caldeggiato dalla “Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo” del Concilio Vaticano II6, invito anche tutta la nostra Chiesa, se vuol essere missionaria, ad ascoltare “le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”7. L’Anno della speranza sia l’occasione per le parrocchie, le famiglie cristiane e per ogni credente di riscoprire il fondamento della speranza cristiana e di testimoniarla con segni chiari e forti.
 
Che cos’è la virtù cristiana della speranza?
4. Immagino che a più di qualcuno venga spontaneo, a questo punto, chiedermi: di che speranza vuoi parlarci? In quale speranza trovi serenità per la tua vita e forza per continuare ad impegnarti per gli altri?
Lungo la Lettera cercherò di dare risposta proprio a questi interrogativi, indicando il “cammino della speranza” che anche personalmente sto seguendo.
Introducendomi a questo cammino, preciso subito che parlerò della “speranza cristiana” perché ad essa mi sono affidato, convinto che è l’unica che non verrà mai meno. La speranza cristiana non è, però, fatta di idee belle per il futuro dell’uomo o di progetti per rendere migliore la vita delle persone e della società.
La mia e nostra speranza è riposta in un Uomo, che si chiama Gesù. Egli è il Figlio di Dio Padre; è quindi Dio stesso che ci è venuto incontro. A lui credo e in lui spero perché con l’amore del suo Cuore, squarciato dalla lancia, ha vinto il male e la morte per diventare il mio rifugio sicuro contro ogni male. Dal suo Amore, a cui mi affido, nulla potrà strapparmi8. Non ho altri amori di cui fidarmi e in cui sperare più di quello umano e divino di Gesù che sulla croce e nella risurrezione ha sconfitto per sempre satana e la sua opera di morte. Per questo ho scelto come titolo della lettera pastorale l’affermazione di san Paolo: “Cristo, nostra speranza”9.
5. Quando si è fatto uomo nel grembo immacolato di Maria, Gesù si è trovato in mezzo a tanti fratelli che cercavano speranza. I Vangeli raccontano che i più poveri e sofferenti lo circondavano presentando le loro malattie fisiche e morali per essere guariti e ritrovare la speranza. Lo inseguivano giorni e giorni ascoltando la sua parola perché non era come quella degli altri maestri ma penetrava nei cuori tristi e portava la luce di un nuovo senso per la vita10. E’ bello osservare come Gesù si comportava con gli uomini e le donne che affidavano a lui le loro piccole e grandi speranze.
Con delicatissima compassione accoglieva ogni gemito e invocazione guarendo i corpi malati, asciugando le lacrime, confortando i cuori. Come il profeta Isaia aveva preannunciato, egli portava la misericordia di Dio che non getta via ma risana anche la canna incrinata e non spegne del tutto ma rianima lo stoppino ormai fumigante11. Gesù non si accontentava di esaudire le persone nelle loro piccole speranze, ma le invitava a seguirlo per scoprire la grande speranza che era venuto a portare e che solo Lui poteva donare. La guarigione da una malattia era certo una vittoria, ma parziale perché, prima o dopo, il male e la morte avrebbe riavuto il sopravvento. E lo era anche l’incredibile miracolo della rianimazione dell’amico Lazzaro.
Gesù non era venuto a dare attimi di speranza che sarebbero stati ancora soffocati dal male. Portava la “speranza che non delude”12, l’Amore che ha sconfitto il peccato e la Vita che ha vinto la morte.
A chi credeva in Lui chiedeva di purificare le proprie speranze e di non cercare il senso della propria vita in sicurezze illusorie. Insegnava che il cibo o il vestito non bastano a tranquillizzare il cuore dell’uomo perché non salvano la vita; la rendono solo un po’ più agiata. Ma la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito e noi abbiamo bisogno di una speranza che salvi la nostra vita e anche il nostro corpo dal male e dalla morte13. Cristo, crocifisso e risorto è questa speranza.
6. Vorrei seguire anch’io l’esempio di Gesù ed essere un fratello tra fratelli che accoglie con rispetto ogni speranza, anche piccola. Molte persone me le manifestano a voce e per iscritto e mi insegnano a capire la vita concreta con le sue attese, fatiche, attimi di luce e tempi oscuri. Non sarei onesto, però, se mi limitassi ad essere solidale con coloro che incontro aiutandoli, per quanto posso, nei loro bisogni fisici, affettivi, professionali. Anche quando l’uomo possiede salute, soldi, affetti, riuscita professionale, il cuore resta inquieto perché cerca qualcosa di più, un senso più grande per cui vivere. Sant’Agostino, che aveva conosciuto questa inquietudine del cuore, scrive: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finche non riposa in Te”14.
Quando il grande vescovo di Ippona incontra Dio e sant’Ambrogio gli fa conoscere Gesù,  la sua vita si illumina di una speranza che non conosceva ancora.
Verso questa speranza, che sostiene anche me, sento il dovere e la gioia di guidare ogni persona perché tante volte ho visto che la vita di chi incontra Gesù cambia colore.  Anche chi è affaticato e oppresso – ce ne sono molti – in Lui trova ristoro15.
7. Mio grande desiderio è che tanti scoprano che Gesù non disprezza le attese e le speranze umane ma le trasforma da dentro con la sua grande Speranza.
Riempie di luce e di forza quelle belle e autentiche. Chi cerca Dio avrà la gioia di sentirsi abbracciato da Lui come figlio, in Gesù Figlio del Padre. Chi ha sete di giustizia scoprirà di essere alleato di Gesù che sta facendo crescere il Regno di Dio dentro la storia umana. Chi sente accendersi nel cuore la scintilla dell’amore troverà nello Spirito di Gesù la forza di amare per sempre. Chi è nella notte del dolore vedrà una luce che viene da Gesù crocifisso, Lui che conosce il patire.
Tante volte i nostri desideri sono inquinati e portano verso speranze sbagliate che illudono per poco tempo e poi deludono. Per questo il cammino verso Gesù, e verso la speranza che lui ci offre, ci accorda anche la grazia di riconoscere con onestà le strade sbagliate su cui ci siamo incamminati spingendoci ad attuare una conversione, anche dolorosa se necessaria.
Cercherò di mettere in luce alcune speranze illusorie che vengono proposte nel nostro tempo perché non inquinino i nostri pensieri e i nostri desideri. A volte il mio tono potrà sembrare pessimistico, ma il medico onesto non nasconde il male mostrandolo al malato perché si curi nel modo migliore. Gesù è il grande medico delle anime e sempre può guarirci se con umiltà confessiamo i nostri disorientamenti.
 
 
Tre sguardi per crescere nella speranza
8. Ci avviamo, allora, a percorrere quello che ho chiamato “il cammino della speranza” che ha come meta e continuo punto di riferimento “Cristo, nostra speranza”.
Mi limiterò ad indicare tre aspetti di questo cammino, cosciente che tanti altri potrebbero essere inseriti. Ognuno potrà completare da sé le mie riflessioni e si creerà un costruttivo dialogo sulla speranza.
Questi aspetti li chiamerei più precisamente: “tre sguardi per crescere nella speranza”.
Mi sono stati indicati dai sacerdoti e laici con cui mi sono confrontato. Li ritrovo, poi, presenti nella mia esperienza; specialmente nella preghiera del mattino, momento indispensabile di ricarica di speranza.
Per essere una Chiesa che crede in “Cristo, nostra Speranza”, e lo testimonia in modo convincente, è importante:
a. guardare, con gli occhi di Gesù, la realtà in cui ci troviamo a vivere e ad agire per riconoscere le luci di speranza, per ascoltare le attese di speranza e per smascherare le speranze illusorie;
b. guardare il Volto di Gesù, nostra speranza. Le contraddizioni della realtà in cui viviamo ci spingono a guardare verso Colui che è la nostra Speranza cercando nella sua Parola la luce che orienti le nostre scelte;
c. essere segni di speranza agli occhi del mondo. Tante persone guardano verso il vescovo, i sacerdoti, i diaconi, le/i consacrate/i, le famiglie e le comunità cristiane per vedere nella loro vita i segni della speranza che confermano la nostra fede in Gesù Cristo. Questi segni convincono chi è lontano ad accostarsi alla Chiesa e alla fede e, contemporaneamente, rafforzano la speranza nei cristiani e nelle comunità che li mostrano.
Continuo la mia Lettera soffermandomi – seppur solo per cenni – su questi tre “sguardi” che aiutano a rafforzare la  nostra speranza.
 
 
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