Cari fratelli e care sorelle,
Nel percorso liturgico delle domeniche del tempo ordinario che stiamo vivendo, abbiamo ascoltato che Gesù chiamò dodici uomini per costituirli apostoli e li inviò in missione per annunziare che il regno di Dio è vicino. D’altra parte, lui stesso impersonava la vicinanza di Dio: lui era la realizzazione del regno di Dio. Con il suo esempio di predicazione, gesti di cura e di misericordia, Gesù inviò gli apostoli per porre in atto quegli stessi gesti. Sin da subito Gesù avvertì i discepoli di non coltivare aspettative irrealistiche di accoglienza, di plauso, di successo, di gloria. Tutt’altro: Gesù preparò i suoi dodici apostoli anche al rifiuto e alla persecuzione. Solo lui poteva comprendere le fatiche della missione e solo lui poteva consolare ogni genere di fatica e di tribolazione. Ed ecco che siamo arrivati ad oggi.
Oggi interrompiamo la lettura continua del Vangelo di Matteo delle Domeniche del Tempo Ordinario perché celebriamo solennemente la festa dei Santi Patroni. Mentre nelle altre Diocesi si ascolta il Vangelo del Seminatore, oggi noi ascoltiamo un altro brano di Vangelo, tratto dall’evangelista Luca. Potremmo dire che il tema è lo stesso.
Il brano del Vangelo non è collocato in un tempo generico, «in quel tempo», ma in un attimo ben preciso: è l’inizio della passione di Gesù. Di lì a pochi giorni andrà incontro alla sua passione. I discepoli potevano contare sulla presenza fisica di Gesù, ma qualcosa stava per cambiare. Gesù vuole assicurare i Suoi che se, da un lato, le tribolazioni e le persecuzioni non mancheranno e saranno una dimensione costante della vita loro e di tutti coloro che dopo crederanno in Lui, dall’altro lato vuole assicurare che la sua presenza sarà altrettanto costante attraverso il suo Spirito.
«Io vi darò parola e sapienza, così che tutti i vostri avversari non potranno resistere e controbattere» (cfr. Lc 21,14-15). Ecco la consolazione nuova che Gesù dà, non solo ai dodici, ma a tutti coloro che condivideranno la stessa sequela, la stessa missione. Questo è ciò che hanno sperimentato gli apostoli, questo è ciò che loro hanno testimoniato alle prime comunità cristiane, questo è ciò che hanno sperimentato anche i nostri Santi Patroni. Loro sono la testimonianza viva che la presenza di Gesù è costante nella vita dei credenti. La costanza dello Spirito del Risorto che viene continuamente riversato nei nostri cuori ci dà l’evidenza che non siamo soli, ma figli di un Dio che non ci abbandona mai e non ci lascia morire se non per darci una vita nuova, la vita eterna, la stessa vita gloriosa del suo Figlio.
Dopo Ermacora e Fortunato, tanti altri uomini e donne hanno fatto questa stessa esperienza e l’hanno testimoniata. Ora potremmo dire che tocca a noi: questo messaggio e questa consolazione sono arrivati fino a noi e noi siamo chiamati a fare un’esperienza viva.
«Non temete» negli annunci di guerra, negli annunci desolanti che ci vengono dai canali di informazione, dalle esperienze concrete che possiamo fare. «Non temete, io sono con voi sino alla fine dei tempi» (cfr. Mt 28,20). È questa la speranza cristiana, è questa la speranza che anche noi, come Ermacora e Fortunato, siamo chiamati ad annunciare agli altri.
E allora sentiamoci pienamente coinvolti in questa storia di salvezza, che è una storia piena di speranza! Se loro sono stati in grado di farlo, direbbe Sant’Agostino, perché non sarebbe possibile anche per noi?
