Omelia nella Santa Messa di Pasqua (5 aprile 2026)

05-04-2026

Cari fratelli, care sorelle,

ieri l’altro mi è arrivata la telefonata di una carissima amica con cui ho condiviso gli studi di medicina all’Università, a Roma. Mi ha detto: «Sono a Trieste». Ho pensato di incontrarla. Dopo la laurea, lei è partita missionaria: prima in Nicaragua, poi in Ecuador e adesso, da 35 anni, è nella Repubblica Democratica del Congo, un paese martoriato da tante guerre di cui non si parla. Lì ha vissuto una vicenda molto particolare: appena arrivata ha avuto un incidente stradale per il quale ha dovuto farsi amputare il braccio destro. Lei, che era chirurgo di guerra e ginecologa, si è fatta impiantare una protesi, poi ha continuato (e continua ancora oggi) la sua opera. Ci siamo visti ieri e mi ha ricordato che 50 anni fa, quando ci fu il terremoto nel Friuli, lei era capo scout e venne subito a portare soccorso alle popolazioni del Friuli. Nei primi giorni dopo il terremoto andò a Magnano in Riviera a montare tende. Non c’era ancora la Protezione civile, erano gli scout i più esperti a montare le tende, per cui lei – come scout – con il suo gruppo di Roma venne qui; poi tornò durante l’estate, stavolta a Forgaria, dove animava la vita del paese assieme agli altri scout.

Ieri siamo andati di nuovo a Forgaria: dopo 50 anni ha visto la chiesa ricostruita così come tutto il paese. Abbiamo avuto modo di incontrare anche alcune persone più o meno della nostra età, fra i 65 e i 70 anni, che erano ragazzi come noi, giovani come noi; queste persone ricordavano la venuta degli scout da diverse parti d’Italia, che aiutavano a scavare le macerie. Uno di loro ricordò la sorella rimasta alcune ore sotto le macerie prima di essere salvata.

Tutto questo mi è venuto in mente oggi pensando alla Pasqua.

Gesù non è uscito dalle macerie perché l’hanno trovato uno o due giorni dopo un terremoto, magari ferito o disidratato. Gesù era veramente, realmente morto. Eppure, non è rimasto sepolto in una tomba, non è rimasto sotto le macerie di un’umanità che lo aveva ingiustamente condannato, umiliato, crocifisso e sepolto, pensando che la sua vicenda si fosse chiusa. Gesù è veramente risorto e da quel momento è iniziata una storia in cui siamo coinvolti anche noi.

Se siamo qui oggi è perché crediamo alla testimonianza delle donne e degli apostoli che l’hanno incontrato vivo e risorto dai morti. Noi crediamo che lui sia risorto, che lui sia vivo, che lui ci parli ancora, che lui sia presente nelle nostre comunità. È per questo che siamo qui e vogliamo continuare ad alimentare continuamente la nostra fede attraverso l’ascolto della sua Parola e attraverso l’Eucaristia. La vita nostra di fede si alimenta dell’incontro con il Signore Gesù Cristo giorno dopo giorno, momento dopo momento, domenica dopo domenica, attraverso l’ascolto della sua Parola, il nutrimento dei Sacramenti, in modo particolare dell’Eucaristia e della Riconciliazione.

Pietro questo lo sapeva bene perché ha fatto esperienza lui stesso della misericordia di Dio. Lui, il punto di riferimento che Gesù aveva indicato per proseguire la sua opera di annuncio del Vangelo, sapeva bene che cos’è la fragilità. Ce lo ricorda anche il Vangelo di oggi: «Non avevano ancora compreso le Scritture» (Gv 20,9). Pietro non andò al sepolcro convinto, ma vi si recò incredulo. La parola “incredulo” dice di una fede che può crescere ancora, e l’Evangelista lo ha notato. Forse sarebbe stato più politicamente corretto non scrivere questo fatto, “che non avevano capito le Scritture”: Pietro avrebbe fatto una figura migliore… E invece l’evangelista l’ha voluto scrivere perché tutti quanti noi siamo legittimati ad avere un percorso nel quale ci possono essere alti e bassi, ma con un progressivo credere in lui attraverso l’incontro con Cristo nella sua Parola e nei Sacramenti.

Ecco perché oggi siamo qui: per alimentare la nostra fede in Gesù Cristo morto e risorto per noi, per alimentarla anche nei momenti in cui ciascuno di noi finisce sotto le macerie delle nostre fragilità, delle nostre debolezze, dei nostri peccati, dei nostri compromessi, dei nostri rinnegamenti e tradimenti. Tutti quanti siamo finiti sotto queste macerie, nessuno escluso. Ma Gesù risorto dai morti vuole estrarci da tutte le macerie sotto le quali o siamo finiti, da soli o con qualcun altro.

Gesù vuole per noi l’inizio di una vita nuova come è stato per quella bambina di Forgaria. Immagino le ore in cui è stata sotto le macerie: lei e la sua famiglia avranno pensato alla fine di tutto. Invece, come per Gesù, per quella bambina è iniziata una vita nuova. Questo è vero anche per ciascuno di noi.

Un ultimo pensiero. Questa mattina presto sono andato a trovare i sacerdoti anziani della Fraternità sacerdotale di Udine. Mi ha colpito una signora che, con il telefonino, stava fotografando la pianta di magnolie posta all’ingresso di via Ellero: c’era un fiore che stava spuntando e lei lo stava fotografando. Anche questo è importante: che noi, nelle nostre vite, riconosciamo quei germogli di risurrezione che il Signore sta facendo crescere nel cuore di ciascuno e intorno a noi. Quando facciamo esperienza di risurrezione e quando vediamo che tale esperienza viene da Gesù Cristo, allora quello che possiamo fare è raccontarlo, annunciarlo anche agli altri.