Cari fratelli e care sorelle,
il Natale è uno dei due cardini della nostra esperienza di fede, insieme alla Pasqua. Da una parte la nascita, dall’altra la passione, la morte e la risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Sappiamo che non si tratta solo di due eventi puntuali, storicamente posizionati, come l’evangelista Luca cerca di farci capire con il brano di Vangelo che abbiamo appena ascoltato, riferendosi a Cesare Augusto, al governatore Quirino, al censimento, oppure a Pilato: persone ed eventi, appunto, storicamente puntualizzati. Ciò che il Natale mette in rilievo è la condizione dell’umanità: ciascuno di noi si trova davanti a Dio stesso grazie all’evento dell’Incarnazione. Da questo punto di vista ci è di grande aiuto – anzi: è illuminante – ciò che afferma l’inizio del capitolo 9 del Libro del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (Is 9, 1). Ma anche nel Vangelo, quando l’angelo del Signore si presenta ai pastori che di notte vegliavano il loro gregge, si dice che la gloria del Signore li avvolse di luce.
Che cosa significano queste espressioni? Esse dicono che la condizione dell’umanità – quindi anche nostra – è una condizione di oscurità, di tenebra, di incertezza sociale e nel futuro, di minaccia percepita per i conflitti (anche quelli in atto), di degrado ambientale, di precarietà del lavoro, di incertezza delle relazioni interpersonali, nelle famiglie, tra i ragazzi, tra i giovani.
Ma proprio in questa situazione di oscurità si rende presente una luce, l’unica in grado di penetrare nelle tenebre che ci avvolgono. È la luce che viene da un bambino, che si offre a noi fragile, debole, povero, indifeso, impotente, pur davanti a tutte queste oscurità.
È proprio questo il bambino che ci viene donato: solo lui è in grado di fugare le nostre paure, i nostri timori. Solo lui è in grado di disarmare le nostre mani, le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri sentimenti così tanto aggressivi. Solo lui è in grado di riaccendere la speranza di una vita oltre la morte, ma anche – e soprattutto – in questa vita. Solo lui ci dice che noi siamo amati da sempre e per sempre: qualunque cosa abbiamo potuto commettere, qualunque crimine un uomo possa aver compiuto, lui ama senza doppi fini. Solo lui è in grado di riaccendere la speranza che anche noi siamo resi capaci da lui di amare gratuitamente, proprio come lui ci ha amato, ci ama e sempre ci amerà.
Nella liturgia, nelle grandi solennità come quella di oggi, si sottolinea con forza l’attualizzazione del mistero celebrato con un avverbio: “Oggi è nato il Salvatore”; oppure il giorno di Pasqua, “Oggi il Signore è risorto”. O il giorno dell’ascensione: “Oggi Gesù è asceso al cielo”. È proprio oggi che noi vogliamo augurarci gli uni gli altri che la semplicità, l’umiltà, la povertà, la luce – che irradiano da questo bambino – possono diradare le tenebre che sono presenti nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nella società civile, in tanti luoghi di conflitto.
Che Lui possa diradare queste tenebre e dare, come solo Lui è in grado di fare, l’esperienza di una pace vera, non prodotto di alleanze temporanee né di compromessi, ma quella che viene da Lui, «Principe della pace». E a noi, una speranza viva per un futuro che, se animato dalla sua presenza, diventa qualcosa di reale e veritiero, capace di essere trasmesso. Proprio come la luce.
