Omelia nel 70° anniversario dell’Eccidio di Porzus

11-02-2015
Abbiamo ascoltato nella prima lettura della S. Scrittura le sofferte espressioni di Giobbe: “I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non vedrà più il bene”. Sono parole vere per ogni essere umano che appare sulla faccia della terra. Sono particolarmente vere per i diciassette giovani trucidati alle Malghe di Porzûs e a Bosco Romagno con un’esecuzione gelida e totalmente ingiustificata. I loro giorni sono passati proprio come un soffio che troppo presto, con violenza, è stato spento.
 
Nella sua mortale amarezza Giobbe si rivolge comunque a Dio con una preghiera composta di una sola parola: “Ricordati”. In questa S. Messa facciamo nostra la preghiera di Giobbe: “Ricordati, Gesù crocifisso, di questi giovani, considera la sincerità degli ideali che li hanno mossi e dona loro la giovinezza eterna che hai inaugurato con la tua risurrezione”.
Questa preghiera aiuta anche noi a ricordare perché è giusto che non sia dimenticata la profonda ferita che l’eccidio di Porzûs ha inferto alla nostra terra, ai nostri paesi, a tante famiglie. A settant’anni di distanza quella ferita ha qualcosa di molto importante da dirci; ci spinge a riflessioni profonde e attuali, al di fuori di ogni inopportuna retorica. Mi permetto di suggerirne alcune sulle quali mi sono soffermato in questi giorni.
Mentre mi documentavo sui fatti, cresceva in me l’impressione di trovarmi davanti a qualcosa di assurdo. Stroncare in quel modo diciassette giovani vite non aveva alcuna ragionevole motivazione. Non c’erano obiettivi strategici che giustificassero la decisione e l’esecuzione di una simile strage. Mi è parso chiaro, ancora una volta, che quando gli uomini arrivano allo scontro armato perdono il senso della misura delle cose e l’altro diventa un nemico solo perché sta dall’altra parte, anche se lo si conosce e , magari, è dello stesso paese. I conflitti armati oscurano nella mente degli uomini il senso delle proporzioni e seminano, così, uno strascico insensato di vittime. Così è successo a Porzûs e, trent’anni prima, era accaduto con la prima guerra mondiale che ha ugualmente insanguinato la nostra terra. Preghiamo perché simili prove ci siano risparmiate per sempre e perché l’unica arma usata nei conflitti sia quella del dialogo reciproco contro la tentazione della violenza. Preghiamo per l’Europa che è, ormai, la nostra casa comune e che anche in questi giorni è segnata da scontri armati che lasciano dietro di sé migliaia di vittime e interminabili file di profughi.
Sempre leggendo racconti e testimonianze sulla strage di Porzûs, mi è sembrato di riconoscere che quei giovani partigiani – e in tanti loro coetanei – erano mossi da un forte anelito di liberazione sia dai regimi totalitari, che opprimevano le nostre terre come tutta l’Europa, sia da un’altra ideologia totalitaria che minacciava di espandersi in Friuli.
Tutta la popolazione stava soffrendo in diversi modi sotto questi poteri che non rispettavano l’innato diritto dell’uomo alla libertà di pensiero, di parola, di determinazione. I più giovani si sono ribellati con più forza per conquistare un futuro di libertà. Anche i sacerdoti, che nella tradizione friulana sono sempre stati vicini alla loro gente, hanno condiviso attivamente la sofferenza del popolo. Per quanto ho capito, è stato questo cuore di pastori che ha spinto non pochi sacerdoti a sostenere anche attivamente l’azione della Brigata Osoppo. Chiunque può comprendere quanto possano essere state difficili simili scelte per quei sacerdoti e per il Vescovo, Mons. Nogara, che di loro si sentiva certamente responsabile. In tempi così burrascosi possiamo immaginare che sia stato per loro tutt’altro che facile mantenere chiarezza di idee e di scelte su tutto. A distanza di tempo, però, credo che possiamo riconoscere in loro l’istinto del pastore che cerca solo di preservare il suo gregge dai pericoli presenti e futuri.
Questa valutazione, che mi permetto di suggerire, mi pare confermata dal grande impegno di mons. Redento Bello per promuovere un cammino di riconciliazione reciproca, culminato anche nell’abbraccio simbolico del 2001 tra lui e Vanni Padoan. Questo gesto è nato da un cuore sacerdotale il quale sa che solo il perdono evangelico supera le lacerazioni e guarisce la memoria da sentimenti di recriminazione e di vendetta. Il perdono non nasconde la verità anche su comportamenti efferati che purtroppo, come dicevo sopra, si scatenano quando gli uomini arrivano allo scontro armato. Il perdono rasserena gli animi e dà la forza di guardare in avanti per costruire assieme un futuro migliore. Su questa strada del perdono e del dialogo rispettoso e paziente impegniamoci oggi a continuare il cammino in Friuli e con i vicini fratelli sloveni. Sarà il nostro contributo perché l’Europa non generi più dal suo seno laceranti conflitti ma la comunione basata sul diritto, sulla solidarietà e sul rispetto delle differenti tradizioni.
In questi anni a Porzûs è cresciuta un’altra realtà: la devozione a Maria con il titolo popolare di “Madone de sesule”. Sono aumentati i pellegrini che salgono alla chiesetta del paese per pregare la Vergine e implorare la sua intercessione. L’amore materno di Maria riempia di grazie questa terra macchiata dal sangue.
 
Porzus, 8 febbraio 2015